Inflazione dal 2016 al 2026: dalla stabilità dei prezzi allo shock inflazionistico

Per capire l’economia degli ultimi dieci anni c’è un indicatore più importante di molti altri: l’inflazione. Il suo andamento racconta infatti una trasformazione profonda dell’economia europea: siamo passati da un lungo periodo caratterizzato da prezzi quasi fermi e inflazione molto bassa allo shock del 2022, per poi tornare gradualmente verso livelli più vicini all’obiettivo delle banche centrali.

Ma c’è un aspetto fondamentale da comprendere: un ritorno dell’inflazione al 2% non significa che i prezzi siano tornati ai livelli precedenti. Significa semplicemente che i prezzi stanno crescendo più lentamente.

2016-2019: gli anni dell’inflazione molto bassa

Nel 2016 l’area euro usciva lentamente dalla crisi finanziaria e dalla successiva crisi dei debiti sovrani. La domanda interna rimaneva relativamente debole e l’inflazione era molto contenuta: appena 0,2% nella media dell’anno.

Nei tre anni successivi la situazione migliorò gradualmente. L’inflazione media dell’Unione europea passò all’1,6% nel 2017, all’1,9% nel 2018 e all’1,5% nel 2019.

Era un periodo caratterizzato da un’inflazione che, pur variando, rimaneva generalmente compatibile con la stabilità dei prezzi.

Per le banche centrali, però, il problema era quasi l’opposto di quello che avremmo conosciuto pochi anni dopo: l’inflazione era troppo bassa.

La Banca Centrale Europea manteneva quindi i tassi di interesse su livelli estremamente contenuti e utilizzava anche programmi di acquisto di titoli per sostenere l’economia e riportare l’inflazione verso il 2%.

In altre parole, tra il 2016 e il 2019 l’economia europea viveva in un ambiente di denaro molto economico, crescita moderata e inflazione contenuta.

2020: la pandemia e il crollo della domanda

Nel 2020 arrivò la pandemia di Covid-19.

I lockdown provocarono un crollo improvviso dei consumi e della produzione. Intere attività economiche furono temporaneamente chiuse e la domanda di beni e servizi precipitò.

Il risultato fu un ulteriore rallentamento dell’inflazione: nella media del 2020 l’inflazione nell’Unione europea fu appena dello 0,7%.

La risposta delle autorità economiche fu però straordinaria.

I governi aumentarono enormemente la spesa pubblica per sostenere famiglie e imprese, mentre le banche centrali mantennero condizioni finanziarie estremamente favorevoli.

Questa enorme quantità di liquidità, unita alla successiva ripresa della domanda, avrebbe contribuito a creare le condizioni per il fenomeno inflazionistico degli anni successivi.

2021: l’inflazione ricomincia a salire

Nel 2021 l’economia mondiale iniziò a riaprire.

La domanda tornò rapidamente, ma l’offerta non riuscì a tenere lo stesso ritmo. Le fabbriche avevano ancora difficoltà a funzionare normalmente, mancavano alcuni componenti industriali e le catene logistiche internazionali erano congestionate.

Si verificò quindi una situazione particolare: molte persone volevano acquistare beni, ma l’economia non era ancora in grado di produrne e trasportarne abbastanza.

I prezzi iniziarono a salire rapidamente.

L’inflazione media nell’UE passò dallo 0,7% del 2020 al 2,9% nel 2021.

All’inizio, però, molti degli aumenti sembravano temporanei.

Il ragionamento era semplice: una volta riaperte completamente le economie, le catene di approvvigionamento sarebbero tornate alla normalità e l’inflazione sarebbe diminuita.

Questa previsione si sarebbe rivelata soltanto parzialmente corretta.

2022: lo shock inflazionistico

Il vero punto di svolta arriva nel 2022.

A febbraio la Russia invade l’Ucraina. Il conflitto provoca uno shock enorme sui mercati energetici e delle materie prime.

Il prezzo del gas naturale europeo aumenta vertiginosamente, così come quello del petrolio e dell’elettricità.

L’energia rappresenta però un input fondamentale per quasi tutta l’economia. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano i costi di trasporto, produzione, riscaldamento e distribuzione.

L’inflazione si trasferisce quindi rapidamente dall’energia a praticamente tutti gli altri beni e servizi.

Nel 2022 l’inflazione media nell’Unione europea raggiunge il 9,2%, mentre negli Stati Uniti arriva all’8%.

È un livello completamente diverso rispetto a quello a cui l’economia europea era abituata.

Per avere un’idea della differenza, nel 2016 l’inflazione europea era appena dello 0,2%.

In soli sei anni si era passati quindi da un problema di inflazione troppo bassa a un problema di inflazione estremamente elevata.

La risposta delle banche centrali: rialzo dei tassi

Di fronte a un’inflazione che sembrava sempre più persistente, le banche centrali cambiarono completamente atteggiamento.

La BCE iniziò ad aumentare rapidamente i tassi di interesse.

Il meccanismo è relativamente semplice: se il denaro diventa più costoso, diventa più costoso prendere un mutuo, finanziare un’impresa o utilizzare il credito al consumo.

L’obiettivo è ridurre la domanda e, attraverso questo rallentamento, diminuire la pressione sui prezzi.

La politica monetaria ha però un effetto collaterale: raffreddare l’economia.

È proprio quello che la BCE cercava di ottenere.

2023: l’inflazione inizia finalmente a scendere

Nel 2023 il processo di disinflazione diventa evidente.

Il prezzo del gas e delle altre materie prime energetiche comincia a diminuire rispetto ai picchi del 2022 e le catene di approvvigionamento tornano progressivamente alla normalità.

L’inflazione media nell’Unione europea scende al 6,4%, dal 9,2% dell’anno precedente.

La diminuzione è importante, ma il 6,4% rimane comunque molto lontano dall’obiettivo del 2%.

Inoltre, emerge un nuovo problema: l’inflazione energetica diminuisce rapidamente, mentre quella relativa ai servizi rimane più resistente.

Questo accade perché i servizi dipendono meno direttamente dal prezzo del petrolio e del gas e maggiormente dal costo del lavoro.

Per questo motivo, anche quando l’energia comincia a costare meno, ristoranti, alberghi, assicurazioni, servizi professionali e altri settori continuano ad aumentare i prezzi.

2024: il ritorno verso la normalità

Nel 2024 il processo di disinflazione continua.

L’inflazione media dell’UE scende al 2,6%, mentre quella dell’area euro si avvicina progressivamente all’obiettivo della BCE.

Il grande shock del 2022 sembra quindi ormai superato.

Ma anche in questa fase bisogna fare attenzione a un equivoco: l’inflazione scende, ma i prezzi rimangono elevati.

Immaginiamo un prodotto che nel 2021 costava 100 euro.

Se nel 2022 aumenta del 10%, arriva a 110 euro.

Se nel 2023 l’inflazione scende al 6%, il prezzo non torna a 100: aumenta ancora, arrivando a circa 116,60 euro.

Se nel 2024 l’inflazione scende al 2,6%, il prezzo sale ancora, arrivando a circa 119,60 euro.

La diminuzione dell’inflazione significa quindi minore velocità di crescita dei prezzi, non una diminuzione generalizzata dei prezzi.

2025: l’inflazione torna vicina all’obiettivo

Nel 2025 il processo di normalizzazione prosegue.

Nell’Unione europea l’inflazione media si attesta intorno al 2,5%, mentre negli Stati Uniti è circa il 2,9%.

Anche in Italia la situazione migliora notevolmente.

Secondo l’Istat, nel 2025 l’inflazione media italiana misurata attraverso l’indice NIC è stata dell’1,5%, rispetto all’1% del 2024. L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari non lavorati, è stata invece dell’1,9%.

L’Italia, quindi, arriva alla fine del 2025 con un’inflazione relativamente contenuta.

Il problema dello shock energetico sembra ormai lontano.

2026: la storia non è ancora finita

Il 2026 ha però dimostrato che l’inflazione non è un fenomeno definitivamente sconfitto.

La nuova escalation geopolitica in Medio Oriente ha provocato un forte aumento del prezzo del petrolio e del gas, riportando pressione sui prezzi.

Questo dimostra una caratteristica fondamentale dell’inflazione moderna: non dipende soltanto da quanto cresce l’economia.

Può essere influenzata da guerre, energia, materie prime, salari, catene di approvvigionamento e politica fiscale.

Per questo le banche centrali devono continuamente trovare un equilibrio tra due rischi opposti: lasciare l’inflazione troppo alta oppure aumentare troppo i tassi e provocare una recessione.

Dieci anni in una sola fotografia

Guardando il periodo 2016-2026, possiamo individuare quattro fasi molto diverse.

2016-2019: inflazione molto bassa, tassi estremamente contenuti e timore di deflazione.

2020: pandemia, crollo della domanda e inflazione quasi nulla.

2021-2022: riapertura dell’economia, problemi nelle catene produttive e successivamente guerra in Ucraina: l’inflazione esplode.

2023-2026: disinflazione, rialzo e successivo allentamento dei tassi, ma con nuovi rischi geopolitici che impediscono di considerare definitivamente risolto il problema.

Il decennio può quindi essere letto come un viaggio da un estremo all’altro: dalla paura che i prezzi crescessero troppo poco alla paura che crescessero troppo rapidamente.

E cosa significa per i risparmiatori?

L’aspetto forse più importante riguarda il valore reale del denaro.

L’inflazione agisce infatti come una sorta di “tassa invisibile” sul denaro fermo.

Se un capitale di 10.000 euro rimane completamente liquido per molti anni senza produrre alcun rendimento, il numero sul conto rimane 10.000 euro, ma il suo potere d’acquisto diminuisce.

Ed è proprio per questo che guardare soltanto il rendimento nominale di un investimento non è sufficiente.

Bisogna sempre chiedersi: quanto ho guadagnato al netto dell’inflazione?

Un investimento che rende il 3% quando l’inflazione è all’1% sta producendo un rendimento reale positivo di circa il 2%.

Lo stesso 3% con un’inflazione del 5% produce invece un rendimento reale negativo.

Questa è probabilmente la lezione più importante degli ultimi dieci anni.

L’inflazione non è soltanto un dato macroeconomico pubblicato ogni mese. È uno dei principali fattori che determinano quanto varranno realmente i nostri risparmi tra dieci, venti o trent’anni.

E il periodo 2016-2026 lo ha dimostrato in modo particolarmente evidente: dopo anni in cui l’inflazione sembrava quasi un problema del passato, nel giro di pochi mesi è tornata a essere uno dei principali rischi per famiglie, imprese, governi e investitori.

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